I libri degli altri: il silenzio delle ragazze

Già dalle prime righe, questo romanzo ha ammutolito anche me. Sono un’amante dei poemi omerici da quando ero piccola e credo che tutti noi siamo impastati della terra e del sangue della piana di Troia. Quelle storie hanno forgiato inconscio e immaginario dell’Occidente, per questo tendiamo a usare termini di profonda reverenza quando ne parliamo. 
Ma poi sono davvero quelli giusti?

Briseide rompe il suo silenzio e con il pensiero, così come con gli sfoghi e le confidenze condivise con le altre prede di guerra, e disegna quel mondo dall’interno. Achille è uno stronzetto dall’offesa facile, veloce è il pie’ ma non solo. È rapido a uccidere – il che è stato un vantaggio per la famiglia di Briseide, maciullata dal biondo Pelide sotto i suoi occhi – e anche a scopare. Il che è meglio, perché la dose di veleno quotidiana le viene somministrata in fretta. Priamo si stupisce di aver baciato le mani di colui che ha ucciso il suo figlio prediletto, Ettore.  Briseide, che in lui cerca e trova la memoria del suo passato sereno, pensa di rimando che lei apre le gambe ogni notte all’assassino dei suoi fratelli. Ma questo dolore non lo calcola nessuno. Perché loro, le ragazze, le schiave di guerra, sono cose. 
Si comprano, si vendono, si scambiano, si donano. Quando stufano si buttano via. Se sei nervoso e ne vuoi uccidere una per sfogarti, be my guest. Quelle “cose” sono il premio del vincitore che ha il diritto assoluto di disporne, come di anfore e tessuti. I grandi e valorosi guerrieri mostrano tutte le loro umane miserie, lordi degli orrori della guerra, in cui cercavano immortalità e trovano morte. Mandano in patria tesori e perdono amici per sempre. Oltraggiano dei e sacerdotesse, poi sacrificano vergini per farsi perdonare. Sotto le mura di Troia, l’umanità mostra il suo lato peggiore ma anche quello migliore, che a volte si annida dove meno te lo aspetti. E Briseide lo racconta con la voce e le parole che ogni donna, di ogni luogo ed epoca, potrebbe usare. Non è una lettura lunga, ma intesa. Dura, a tratti. Spiazzante, molto più spesso di quanto mi piaccia ammettere. 

I libri degli altri: Principe delle tenebre di MgL Valentini


Il mese scorso ho avuto il piacere di leggere il libro di Monica Mgl Valentini “Principe delle tenebre: Biografia romanzata su Manfredi di Svevia”. Un testo che avevo adocchiato alla Fiera di Ferrara e che ho acquistato in formato kindle una volta tornata. Riporto qui la mia recensione, presente anche su Amazon.

Sappiamo, o possiamo sapere facilmente, quale sia stata la fine di Manfredi di Svevia. Brutta. Ma proprio brutta. Ecco, il punto è che – per quanto l’opera di Monica sia, appunto, una biografia anche se narrata come un romanzo – fino all’ultimo una parte di me sperava irrazionalmente che qualcosa cambiasse, che il protagonista di quelle pagine potesse salvarsi. Reazione che ha sorpreso me per prima e che mostra come l’autrice abbia saputo creare empatia con il personaggio, quel legame impalpabile che cancella la carta e il tempo e ti fa provare le sue stesse emozioni, dimenticare la realtà, il dove e il quando. Il potere del romanzo storico è (anche) questo e lo rende complementare ai saggi e alle biografie scientifiche. Non le sostituisce, perché altro è il suo fine. Così, a mio gusto, integra l’approccio alle epoche. Ti fa battere il cuore su ciò che hai appreso dai saggi.
Come ricorderò il Manfredi di Mgl Valentini?
Visto dagli occhi del devoto amico Teobaldo: bello e pensieroso, adagiato sui cuscini, mentre accarezza il suo leopardo.
Visto dagli occhi di Elena d’Epiro: quando, per toglierle la paura e il senso di smarrimento che la stanno attanagliando appena sbarcata a Trani, lui scende da cavallo, le si avvicina e invece di presentarsi formalmente, l’abbraccia con forza e la bacia in mezzo alla folla di nobili e sodali giunti ad accoglierla.


Questa biografia romanzata descrive un mondo spietato, dove il piacere e la grazia sono eccezioni, debolezze o trasgressioni, mentre il tradimento è quasi la regola e il potere più forte, quando attaccato, reagisce con una lotta senza quartiere, sfruttando tutti gli strumenti a propria disposizione, temporali e spirituali. È una storia che, nelle vicende della nostra penisola, si ripeterà ancora e ancora. Ma la rivincita della dinastia sveva risiede nella tenacia gentile di una donna, che nel libro appare come dolcissima bambina, cocca di papà com’è normale sia, da lui riamata senza misura: Costanza, figlia di Manfredi. È singolare come tale nome, che evoca una virtù portentosa ma difficile da praticare, ritorni in questa famiglia in geometrie, geografie e ruoli diversi, che però apportano sempre qualcosa di buono: Costanza d’Altavilla, madre amatissima di Federico II, adorata dal popolo; Costanza d’Aragona, prima sposa, sostenitrice e guida del futuro imperatore; Costanza di Svevia, che – condotta lontano per matrimonio e, così, salvatasi dalla strage – tornerà al trono di Sicilia.
Non ditemi che non l’avevate notato! La Storia ha sempre la sua ironia e a rendere davvero immortale Manfredi sarà proprio un guelfo. Ma non uno qualunque: un poeta, come lui, che sapeva scrivere d’amore, che aveva provato il sale delle lacrime e del pane altrui, ma anche il gusto dolce dei peccati che doveva condannare nella sua opera, finendo per dedicare proprio a loro i versi più musicali.“Biondo era e bello e di gentile aspetto”Nel segno dell’arte e di quella lingua musicale e nuova, Manfredi il ghibellino è rinato attraverso il guelfo Dante. Quando si dice che “in principio era il Verbo”, per evocare il potere creativo e generativo della parola, si intende anche questo.

Io direi, per chi è a casa, di rileggere sottovoce i versi di Dante. Fa sempre bene alla salute, assumere un po’ di Alighieri a settimana.

Io mi volsi ver’ lui e guarda il fiso:
biondo era e bello e di gentile aspetto,
ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso.

Quand’io mi fui umilmente disdetto
d’averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;
e mostrommi una piaga a sommo ’l petto.

Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,
nepote di Costanza imperadrice;
ond’io ti priego che, quando tu riedi,

vadi a mia bella figlia,
genitricede l’onor di Cicilia e d’Aragona,
e dichi ’l vero a lei, s’altro si dice.

Poscia ch’io ebbi rotta la persona
di due punte mortali, io mi rendei,
piangendo, a quei che volontier perdona.

Orribil furon li peccati miei;
ma la bontà infinita ha sì gran braccia,
che prende ciò che si rivolge a lei.

Se ’l pastor di Cosenza, che a la caccia
di me fu messo per Clemente allora,
avesse in Dio ben letta questa faccia,

l’ossa del corpo mio sarieno ancora
in co del ponte presso a Benevento,
sotto la guardia de la grave mora.

Or le bagna la pioggia e move il vento
di fuor dal regno, quasi lungo ’l Verde,
dov’e’ le trasmutò a lume spento.

Letture e riletture 2018: eros per mettere a nudo il tempo

Il mio proposito di rileggere un classico al mese ha avuto una battuta d’arresto tra maggio e giugno, complice un intervento ortodontico problematico e un lutto in famiglia. La vita è così: quando chiama devi rispondere, non c’è sfida virtuale che tenga. Potrei dire che tra maggio, giugno e luglio mi sono dedicata a letture “calienti”. In realtà io, l’eros e affini facciamo a schiaffi. Seguo con curiosità i risultati strabilianti che l’erotico ottiene su Amazon e la spinta che offre alle vendite  di narrativa generale, ma non so maneggiarlo. Vuoi perché amo i miei personaggi al punto da rispettarli come fratelli, vuoi perché ridicolo e cattivo gusto sono dietro l’angolo, resto sempre a una certa distanza dai letti. Tanto tengo alla larga l’erotismo di inchiostro, quanto mi incuriosisce il segreto del suo successo. E da figlia di Ulisse che vuole capire tutto,  ho dedicato letture e riletture  di questi tre mesi faticosi a eros e dintorni. E sono giunta a una conclusione: il genere erotico mette a nudo i tempi un cui viene scritto. Continuate a leggere, perché ora vi spiego cosa intendo. 

Riletture – Aprile 2018

Questo mese la rilettura è stata più faticosa, probabilmente perché proprio la mia quotidianità in questo periodo lo è. Immaginatevi un’alternanza continua di chiamate per colloqui di lavoro “urgentissimi”, per i quali non si può aspettare, che comportano  di riprogrammare la propria vita all’istante la propria agenda,  fra trasferte da un lato all’altro delle Capitale, paure, speranze, telefonate, bus e treni.  Che poi sarei una segretaria-impiegata, non un cardiochirurgo che, sì, se non corre sono guai. Queste continue telefonate sono delle vere e proprie scudisciate di adrenalina per me, che mi lasciano sfatta e stanca a livello mentale. Aggiungete un’abbondante manciata di solitudine nell’affrontare un quotidiano pieno di responsabilità e imprevisti, ed eccomi qui: lessa. Per cui ho scelto una lettura frizzante, anche se linguisticamente impegnativa come il Decameron. E adesso vi racconto la mia esperienza.

Rilettura 2018 – marzo

Questa voltato fatto sul serio. In febbraio, con Flaubert mi è piaciuto vincere facile, perché ho sempre amato la leggiadria e la minuzia della sua penna. E lo stesso vale per Remarque, anche perché apprezzo – pur soffrendo nella lettura – la narrativa di guerra. Adesso la lotta si fa dura, perché a marzo ho deciso di rileggere I Promessi SposiL’incontro tra la giovanissima Sonia e il signor Manzoni A. è avvenuto in V ginnasio ed è stato animato dalla stessa cordialità che i bravi riservano a Don Abbondio.
Fu una combinazione di fattori. E mi piace riportarli qui, perché il libro è un messaggero potente. Man mano che passano gli anni e lui passa di mano in mano, si trasforma. Non è più solo il contenitore della storia narrata e del suo autore, ma porta con sé anche  le storie di chi l’ha letto. E quella tra me e I promessi sposi è abbastanza speziata. Su Facebook la definiremmo una relazione complicata. Molto.
Iniziamo raccontando questo “fatale” primo incontro…