VIAGGIARE NEL TEMPO CON I CINQUE SENSI

Il 2013 è stato, a livello di scrittura, l’anno della svolta:”basta leggere”, mi sono detta, “voglio toccare con mano quello che ho studiato”.
Viaggiare nel tempo è il sogno dei sognatori… destinato sempre a schiantarsi contro il muro della realtà fisica, non appena il gracchiare della TV del vicino ci riporta al nostro mondo.
Eppure non è del tutto impossibile.

Volente o nolente, abito a Roma. Per quanto mi trovi in una borgata con vista Raccordo Anulare, in un’ora posso raggiungere il centro.

La luce, i colori del cielo e l’avvicendarsi delle stagioni sono più o meno le stesse. Il clima non più, ma resta comunque simile a quello che era nel I secolo a.C. Lo stesso vale per la flora e la fauna. Posso toccare più o meno le stesse pietre, riscaldate dallo stesso sole.
Mi sono concentrata sui cinque sensi, per viaggiare nel tempo.

Per la vista è stato, come spiegavo, relativamente semplice. Armata del mio abbonamento all’Atac e di tanta emozione, mi sono limitata a concentrarmi. Ho imparato a fermarmi e, con la mente, andare “altroquando” invece che altrove. Ho lavorato di sottrazione, cancellando luci, rumori, odori e brutture.

Per l’udito, ho avuto una serie di incontri fortunati. Conoscevo già i Synaulia, un gruppo di archeologi che ricostruiscono gli strumenti musicali antichi. Ne possedevo i CD ma la vera rivoluzione è stato ascoltare un gruppo tedesco, durante un evento di rievocazione al Circo Massimo. La precisione e la disponibilità con cui hanno spiegato il lavoro che svolgevano mi hanno incantata, insieme alla loro stoica sopportazione del sole romano che li aveva fatti virare al fucsia. Ho acquistato via internet i loro CD, che meritano davvero attenzione.

Questi professionisti, infatti, non si limitano a usare strumenti musicali ricostruiti con perizia, ma suonano anche i pochi frammenti di musica antica giunti fino a noi. Alcuni sono bellissimi, di una semplicità incantevole. Li ho ascoltati spesso, scrivendo o solo pensando, prima di addormentarmi. Quelle armonie spoglie e aggraziate mi rilassavano così tanto da farmi scivolare presto in un sonno profondo e sereno. In seguito, grazie a un amico, ho potuto conoscere Augusto Mastrantoni, archeologo che ha unito la sua competenza professionale alla passione per la musica, dedicandosi a quella antica. Grazie a lui ho avuto conferma che alcuni brani suonati dal gruppo tedesco erano assolutamente e genuinamente antichi. Li ho confrontati anche con quella incisi dal precisissimo Paniagua.

Per il gusto, invece, mi sono divertita tantissimo, perché adoro cucinare e ho scoperto una marea di blog e siti, soprattutto stranieri, gestiti da sperimentatori golosi che testano le ricette dell’antichità.
Ho realizzato, proprio in occasione del Natale di Roma, il libum, una focaccia speciale. Una ricetta semplice ma che ha fatto furore tra i miei amici! Mi sono dilettata anche con altre focacce, sia dolci che salate, con il pane poco lievitato e altro ancora.
Basta togliersi dalla mente l’immagine caricaturale di Trimalcione e cercare nella tradizione, affondare la mente e la lingua in quei sapori che ci accompagnano dalla notte dei tempi.
Se ho assaggiato il garum? No, ma non per qualche tabù gastronomico: semplicemente perché sono vegetariana. Ma prima di diventarlo, qualche anno fa, mangiai (a colazione!) anche il famigerato haggis scozzese, di cui si dice ogni orrore. Invece sa di cotechino. Per cui anche la fama del garum, secondo me, è deformata. E’ probabile che fosse una salsa gustosa e saporitissima.

Per l’olfatto, sono solo fortunata a non essere nata a Roma. A Sabaudia, dove sono cresciuta, ho avuto la possibilità di annusare con rinnovata consapevolezza spezie e piante aromatiche che, sul mio terrazzino, magari attecchiscono bene grazie all’ottima esposizione, ma sono sempre coperte da quel vago odore di benzina che non è proprio aderente alla realtà di duemila anni fa!

Per il tatto, infine, l’avventura è stata doppia. Ho inteso questo senso in maniera più estesa, come propriocezione, movimento e presenza del corpo nel mondo. E mimica, anche. Volevo capire come potesse muoversi e come si sentisse “a pelle” una persona vissuta duemila anni fa.
Come fare? La prima cosa che mi è venuta in mente, visto e considerato che sono pigra su certi fronti, è stato contattare una sartoria teatrale per arrangiare un noleggio. Ma i prezzi non erano adatti alle mie tasche. E quindi mi sono gettata nell’avventura dell’ago e filo.
Io non so cucire e ho sempre detestato farlo. Mi mette ansia persino entrare in un negozio di abbigliamento per comperare un paio di jeans, quindi il mondo delle stoffe non mi appartiene. Ma per la causa, questo e altro…
Armata di buona volontà ho cercato dei tutorial on-line.

Ho trovato questo tutorial e poi ho iniziato a impazzire. Perché la stoffa scivolava ovunque, per la gioia delle mie gatte. Inoltre non ho la macchina da cucire e l’unico tavolo è pieghevole.
Ma chi la dura, la vince.
Ho realizzato un abito antico, che ho indossato tra le quattro mura per capire cose che possono sembrare banali, ma non lo sono: come ci si siede? Dove vanno le mani quando si parla, quando si ascolta, quando si pensa? Mi sento avvolta? Mi sento esposta? Che postura tendo ad assumere? Com’è il mio passo? Come mi sento quando cammino?
Ci è voluto un po’ per sentirmi a mio agio e iniziare a registrare le sensazioni in maniera spontanea.
Una volta capita la lunghezza della falcata, il lavoro si è sposato fuori casa e, di nuovo in pantaloni e maglietta, ho percorso i tragitti che avevo descritto, cercando di assegnare loro una durata verosimile, considerando la differenza nell’altezza, nel tracciato delle strade di Roma e la presenza di semafori.
Viaggiare nel tempo, insomma, è sempre un’avventura e, per me, è stata forse una delle più belle.