CHIACCHIERE DA SALONE DI BELLEZZA: QUESTIONI D’IMMAGINE

Il nostro senso principe è la vista, oggi più che mai. Ciò che non vediamo chiaramente, viene spesso declassato o sentito più lontano. Oppure interpretato, deformato secondo i nostri canoni.

Non abbiamo, almeno a quanto si sa, alcun busto che ritragga Calpurnia.
Ma potrei esserci passata davanti ieri, perché magari il suo ritratto è esposto in qualche museo ma non ha un’attribuzione, oppure potrebbe essere sotto il fango eruttivo che copre ancora la Villa dei Papiri o, più probabile, sotto Campo de’ Fiori o nella zona della metro Arco di Travertino, dove c’è il sepolcro della sua gens.
Per immaginarla ho cercato di usare tutti i (pochi) dati certi che avevo a disposizione.
Ma, visto che la gestazione del libro è durata anni, mi sono imbattuta spesso nelle interpretazioni veicolate dalla settima arte. Un po’ per caso e tanto, soprattutto, per capire.
Non mi hanno influenzata, perché sono testarda come un mulo e perché nella maggior parte dei casi ho provato fastidio. “Ma che cavolo di attrice hanno scelto?” mi sono chiesta spesso.
Un giorno ho scoperto di non essere la sola.
Anzi, era una sera.

Era il 2008 e Valerio Massimo Manfredi era a Roma, nel Teatro Argentina, a presentare la sua ultima fatica: “Idi di Marzo”. Io, fan diligente, avevo con me la copia da fargli autografare già piena di annotazioni a matita e di segnalibri.
Chiaramente non potevo insignorirmi del microfono e monopolizzare il momento delle domande, ma ho avuto modo di fare quella cui tenevo di più.
Avevo sottolineato questo brano:

Antistio lo aspettava con la pozione. Calpurnia gli aveva fatto preparare un bagno perché si rilassasse prima del risposo.
Un tuono rumoreggiò sulla città.
Calpurnia si sedette accanto alla vasca. La luce delle lampade spandeva un riflesso dorato sulle sue guance. Calpurnia era dolce in quei momenti, una soave compagna. Cesare le sfiorò la mano.
(Valerio Massimo Manfredi, Idi di Marzo, Mondadori, Milano, pag. 206)

Mi piaceva. Era delicato, era malinconico, aveva un’aura intimista. Così ho pubblicamente confessato quanto quel pezzo mi piacesse e gli ho chiesto se fosse stato ispirato proprio da Plutarco. La risposta di quello che, per noi adoratori, è “il divino VMM” è stata illuminante. E l’ho ripresa in un video. Ovviamente lui non poteva sapere perché stessi chiedendo proprio quello... per fortuna, perché mi sarei imbarazzata tantissimo.
Fatto sta che io e il Divino ci siamo trovati in linea nel valutare l’immagine di Calpurnia veicolata, di quando in quando, da cinema e tv.
Chiaramente il motivo è strumentale. Quando c’è Cleopatra bisogna creare un’opposizione visiva e visibile tra la giovane regina e la vecchia moglie.
Anche se gli anni di differenza tra le due donne erano solo sei, dal video sembra siano molti di più. E Calpurnia non dimostra certo la trentina d’anni che, in realtà, aveva all’epoca. Di solito appare sulla sessantina, insomma le si raddoppia l’età.

Andiamo con ordine.

greergarson Nel Julius Caesar di Mankiewicz, basato sulla tragedia di Shakespeare, Cleopatra non c’è e quindi Calpurnia è interpretata da una luminosa Greer Garson. Spicca, comunque, il parimenti luminoso Marco Antonio, interpretato da Marlon Brando. Tanto che poi ho chiamato Marlon  il mio unico gatto maschio, perché è piacione da farti cariare gli occhi.

 

Andando più avanti abbiamo il celeberrimo Cleopatra, sempre di Mankiewicz. Ed ecco qui che l’età di watfordCalpurnia pare lievitare, accompagnata da un’espressione a metà tra il cane bastonato e la bandiera bianca. D’altronde allora erano tutti innamorati di Liz Taylor, anche lei secondo me inadatta come Cleopatra.
In realtà interprete di Calpurnia è Gwen Watford, una distinta attrice inglese di soli trentasei anni, invecchiata a dovere per l’occasione immagino, visto che di solito gli abiti antichi, così colorati e fluttuanti, donano a tutte e sono ben più gentili dei nostri tailleur inamidati.

rome

Stessa cosa in Rome, anche se, nella serie tv più tendente al realismo che sia stata prodotta, Cleopatra è una simpaticissima “fattona”. Haydn Gwynne, la Calpurnia di turno invece, aveva già 48 anni al tempo della prima serie, ed essendo lei tanto alta quanto colta (poliglotta, insegnante universitaria e attivista per Sightsaverschapeau! ) non ha proprio bisogno di nasconderli. Tosta e splendente.

golino

Venendo a tempi più recenti e a propositi più miti abbiamo una miniserie  su Cesare. In alcuni punti totalmente fuori dalla grazia di dio, spicca per la bravura di chi ha truccato il protagonista, che col passare dei minuti si trasforma nella versione vivente di questo busto.  Valeria Golino nei panni di Calpurnia mostra i suoi i trent’anni, che si cristallizzano lungo tutto il corso della storia.

Se a qualcuno viene in mente qualche altre esempio cinematografico o televisivo e vuole condividerlo, sarò felicissima di inserirlo nel testo. Così posso risparmiare ai lettori di citare anche una puntata di “Casa Vianello” assolutamente a tema. Giuro che esiste.
Ma riprendiamo il filo del discorso…

Quando immaginiamo l’aspetto di qualcuno che non abbiamo mai visto, interpretiamo le notizie che abbiamo a disposizione attraverso il filtro delle nostre scelte.
Quando invece scegliamo noi l’aspetto, indipendentemente dalle notizie, facciamo una dichiarazione di principio sulla persona di cui parliamo.
Quella fatta dall’indimenticata e bravissima Collen McCoullogh, per esempio, è d’amore, visto che si è concessa libertà sull’aspetto del suo adorato protagonista, ritraendo un Cesare coronato di bionda beltà e con gli occhi azzurro-assassino.
Però sia Svetonio che Plutarco sono abbastanza chiari sul cromatismo mediterraneo di Cesare: capelli e occhi neri, slanciato per quella che era la media dei romani. Probabilmente io e lui ci saremmo potuti guardare negli occhi, e io non sono che di altezza media.
Nota divertente: ai romani gli occhi azzurri non piacevano, erano inquietanti, freddi.
L’occhio bello per eccellenza era castano e luminoso, possibilmente con le pupille un po’ dilatate. Uno dei complimenti che si beccò Claudia/Clodia/Lesbia è “occhio bovino”, boipis, come Giunone. Oggi qualunque fanciulla risponderebbe con un ceffone a una simile lode!

In realtà, girando su Facebook e sui forum di appassionati, si scopre una corrente di pensiero che vuole Cesare alto, biondo e dall’occhio ceruleo. Si sperticano in discorsi sulla razza, termine che mi fa prudere le mani anche quando si tratta di cani e gatti…
Li lascio parlare, anche perché mi frega l’avatar. Come faccio a difendere i “nostri” colori proprio io, cuore e natali mediterranei, con i capelli biondo cenere e gli occhi verdi? Dovrei spiegargli delle farae longobarde, arroccate nel cuore degli appennini, e la storia travagliata di questa penisola. Tanto vale lasciare i “draghi da tastiera” ai loro sogni ariani.
Parlare di purezza poteva, forse, avere ancora un senso all’epoca di Cesare, almeno dal punto di vista estetico. Oggi fa ridere. Chiaro, quindi, che Cesare avesse ottime chance di apparire come Svetonio ce lo descrive: capelli, almeno finché ci sono stati, erano neri, e gli occhi scuri.

La questione genetica mi riporta un po’ alle mie scelte per descrivere Calpurnia: non abbiamo la più pallida idea del suo aspetto. Nessuno ce lo descrive. Ma considerando che la nonna veniva dalla Gallia Cisalpina, da Piacenza, ho pensato che gli occhi azzurri potessero esserle attribuiti. Non è stato un complimento o un vezzo, ma un azzardo.
Le altre scelte sono state più banali: capelli molto scuri, ondulati, corporatura minuta, altezza scarsa. Anzi, dichiaratamente bassa. Mi piaceva rompere gli schemi, senza però andare troppo di fantasia. Piuttosto, mi sono divertita a pizzicare pregi e difetti da un delizioso brano di Ovidio (Ars amatoria, II, vv. 657-661)

Le pecche si possono attenuare con le parole: chiama “bruna”
quella che ha il sangue più scuro della pece d’Illiria;
se è strabica, dì che somiglia a Venere, a Minerva se è slavata;
sia “sottile” quella che si regge a stento tanto è magra;
chiama “ninnolo” la donna piccola, “prosperosa” quella grassa;
ogni difetto stia nascosto sotto il pregio più vicino.

ruthwilson Se dovessi scegliere un’attrice, chi sarebbe? Ruth Wilson, “Jane Eire” nella (splendida) miniserie della BBC ma anche interprete di “Saving Mr Banks”. Il suo aspetto è insolito ed è estremamente espressiva, dote  imprescindibile ma non scontata in un’attrice.
Mi aveva incantata anche la Jessica Chastain di “Interstellar”: dimessa, concentrata e giustamente incazzata. Ma le rosse lo sanno: non c’è tinta scura che tenga. Sono sicura che la buona Jessica se ne farà una ragione e avrà altre occasioni per recitare al fianco di Kevin Spacey, che per me era e resta per sempre l’unico Cesare possibile. Ruth Wilson invece me ne sarà immensamente grata…

Per finire, visto che adoro la partecipazione e la circolazione delle idee, vorrei lanciare un’iniziativa.
Qualche tempo fa, il mio compagno si chiedeva come mai abbiamo vari busti di Livia e invece di Calpurnia pare essere sparita ogni traccia. A suo dire, per quanto non fosse ammesso parlarne, il ruolo ricoperto era de facto lo stesso.
Ho azzardato qualche motivazione: al tempo di Livia, era ormai pacifico che la repubblica era morta. Se non si dichiarava apertamente, era per… imposizione di Augusto. Al tempo di Cesare, la repubblica agonizzava, ma c’era ancora. Insomma, l’epoca era un’altra e il ruolo può sembrare simile solo ai nostri occhi.
Inoltre, dalle poche fonti che abbiamo, possiamo dedurre che Calpurnia fosse veramente molto riservata. E questa era considerata una virtù, come l’essere univira, ossia l’avere avuto un solo marito. È curioso notare che Livia non lo era, visto che Ottaviano fu il secondo. Ma l’altra virtù era l’essere mater, compito che invece Livia aveva adempiuto.
Però noi viviamo in un tempo diverso, in cui l’onore non passa più, nonostante le pressioni un po’ patetiche di certe testate e certi programmi, per il numero dei figli.
Quindi mi piacerebbe dare il via a questa iniziativa: se qualcuno dei lettori si dovesse mai sentire ispirato dalle mie pagine e volesse donare a Calpurnia un ritratto, io sarò lieta di pubblicarlo su questo sito, in una sezione apposita che verrà resa visibile dopo la pubblicazione del libro, dal titolo “Regalale un ritratto”.
Tutte le tecniche, gli stili e le fantasie saranno ammesse.