inno a venere

CITAZIONE NASCOSTA – CAPITOLO 10 PARTE 3

Musica per accompagnare la lettura: Across the stars
“Across The Stars (From “Star Wars: Attack Of The Clones”)” by The City of Prague Philharmonic Orchestra 

Nel romanzo Calpurnia, l’ombra di Cesare c’è una pagina che, all’inizio, mi stava dando dei grattacapi e invece, alla fine, mi ha regalato una grandissima emozione.

Una scena che aveva iniziato a scriversi da sola, che mi obbligava a seguirla finché, sul finale, ho scelto di riprenderne le redini con energia. Volevo essere io a guidare quel momento, ed essere ben presente.
Ma come fare?
L’universo mi è venuto in soccorso durante una cena con gli amici, quando il padrone di casa, Fabio, ha iniziato ad attaccare scherzosamente Pigolo, il suo passerotto. E lui, che gli stava nel palmo della mano, reagiva con l’energia e la convinzione di un’aquila.

Gridò con quanta forza aveva in corpo, scattando a sedere sul letto.
Cesare si girò pigramente, guardandola con occhi assonnati. «Che c’è?» disse.
Abituata al cattivo sonno, dato che negli anni di solitudine aveva sperimentato come gli incubi delle giornate potessero amplificarsi e distendere le loro ali nere fino alla notte, nel frattempo Calpurnia aveva già ripreso il controllo di sé.
«Ti prego di perdonarmi. Sono molto inquieta in questi giorni…»
«Un tempo sognavi il mare. Hai sognato di nuovo vipere».
Lei annuì, con un sorriso. «Sì…»
«Beh, meglio sognarle che incontrarle.»
Calpurnia andò alla finestra e la aprì, per inspirare aria fresca. «È che le ho incontrate, Cesare.» Il gelo della notte la fece rabbrividire e tornò subito sulla sua decisione, richiudendo. «Vipere con due gambe e una toga.»
«Se è per questo, il mondo ne è pieno… Imparerai mai a non turbarti per le malignità? Il pensare troppo ti dà un vantaggio e uno svantaggio. Il primo è che ti ho sempre stimata, il secondo è che fai brutti sogni» lui cantilenò quella sentenza, sorridendole.
I capelli castani di Calpurnia, ormai lunghissimi, erano sciolti lungo il corpo, l’abito azzurro e il pallore ereditato dalla nonna richiamavano associazioni tra lei, quei colori e la misteriosa purezza dell’acqua.
Cesare ci pensò guardandola. Provò tenerezza e tristezza. Non era come Cleopatra, splendente della propria regalità, frutto maturo dei successori di Alessandro, ma le era profondamente grato per l’attaccamento e la fedeltà che gli aveva sempre dimostrato. Era forse l’unica persona che poteva chiamare amica, l’unica sulla cui intelligenza e riservatezza poteva contare senza timore. Non si sarebbe mai aspettato tanta dedizione; si era anche reso conto di non meritarsela. Gli era stata semplicemente donata da una forte volontà.
Non se la sentiva di dire quelle cose: avevano così il suono di parole ultime e definitive… Gli venne in mente che forse, però, sarebbe valsa la pena almeno fargliele capire.
«Il nostro amico Antonio tesse sempre, a ragione aggiungo io, grandi elogi di te…» sorrise maliziosamente «Ora che parto, dovrò preoccuparmi?»
«Ma io sono al di sopra dei sospetti…» protestò lei, scaldandosi subito, protendendosi come in un giuramento «Antonio è un amico. Come lo furono Lucrezio e il povero Catullo… Non darai tanto peso a un’amicizia!?»
Cesare la punzecchiava, divertendosi a notare come a quelle beccate scherzose lei reagisse come un passerotto che gonfia le penne.

A quel punto è arrivata l’idea adatta a chiudere definitivamente il pezzo.

Lucrezio è un personaggio importante anche nel romanzo: seguace e amico di Filodemo, frequenta la villa di Pisone e viene affettivamente adottato da quell’aristocratico con la testa tra le nuvole e dalle dubbie capacità politiche.
L’incipit del De rerum natura è un brano famosissimo e amato da secoli, per la sua potenza evocativa. Lucrezio mostra Venere che sussurra con dolcezza a un Marte stanco delle sue stesse guerre, fino a farlo addormentare sulle sue ginocchia, portando così pace agli uomini.

Infatti tu sola puoi confortare con serena pace
i mortali, poiché Marte, possente in armi,
governa le crudeltà della guerra e lui spesso,
sul tuo grembo, rovescia il capo robusto, vinto
dall’eterna ferita d’amore e così, guardando
in su, o Dea, anelando a te pasce d’amore gli avidi suoi sguardi
e dal tuo volto pende il respiro suo.
Tu, o Dea, avvolgendo in un abbraccio il dio che riposa
sul tuo sacro corpo, sussurra dalla tua bocca dolci parole,
chiedendo, gloriosa, serena pace per i Romani.

Una Venere, quindi, che è energia generatrice, primavera, acqua, yin, quiete. Un’immagine così bella da aver ispirato pittori del calibro di Botticelli.
E grazie a lei, la pagina che tanti grattacapi mi stava dando ha trovato la sua strada in una chiusura inattesa e intensa, che cita l’opera dello stesso Lucrezio semplicemente mostrandola.
Questo salto era spiegato in una nota, che piaceva molto anche alla editor. Troppo, però, come mi ha fatto giustamente notare. Un discorso così intenso e intrigante, in una nota, può distrarre. Siamo state concordi nel toglierla, ma ho deciso di non abbandonarla. Era troppo importante per me.
E così il brano continua.

«Vedi che pensi troppo e prendi tutto troppo a cuore? Per questo sei preda degli incubi!»
«Ah, basta con questa frase!» sorrise, scuotendo la testa al ricordo. «Tanti anni fa, non ricordo nemmeno quanti, soffrii di insonnia per un periodo. Forse mia mamma era appena morta. E papà cantilenava sempre “Devi dormire, non devi pensare”.»
Lui le fece cenno di avvicinarsi e lei si sedette sul letto.
«E poi?» le chiese Cesare, appoggiandole la testa sulle gambe.
«Poi cosa?»
«Dormivi?»
«No… pensavo» Calpurnia gli sorrideva, accarezzandogli i capelli radi.
«Ovviamente!» scherzò lui. «E a cosa pensavi?»
«Immaginavo il mare. Che mia mamma fosse diventata una ninfa. E poi sognavo di vivere a Schèria, di essere Nausica.»
«È quel che mi sembrasti…» Cesare sussurrò quelle parole sentendo gli occhi chiudersi, vinti dalla pace del momento e dalle premure della moglie.
«Come?»
«Quando ti vidi… Nausica…»
«Quindi tu saresti Odisseo? Cesare non sarà certo ricordato per la modestia!» Calpurnia rise sommessamente e, mentre lo faceva, Morfeo celebrò la sua vittoria sugli uomini e sugli dèi.

Quel che mi rende il passaggio particolarmente caro, è che abbiamo due vagabondi, due naufraghi, che avrebbero tutti i motivi per essere estranei o non sopportarsi. Che arrivano a questo punto dopo percorsi diversi, paralleli, solitari.
Due sono opposti inconciliabili che però si trovano, in quell’istante, legati in un’armonia cosmica, quasi una forza gravitazionale, una danza di pianeti: non possono avvicinarsi, ma non sono nemmeno in grado di allontanarsi davvero. Molto, molto più intenso del previsto.

Ma perché limitarsi a parlarne, quando Giulia Donati e Laura Luzi sono state capaci di tirare fuori dalle mie parole alcune suggestioni, di dargli forma e colore?
È un’emozione rara trasformare i pensieri in immagini tramite le parole, e vedere quelle parole che prendono vita è ancora più sconvolgente.

A me piacciono i colori della vita, tutti.
Ad accompagnare il brano vi offro le tinte intense e struggenti di Laura, piene di apprensione, speranza e disperazione.
Vi offro i simboli di Giulia, un tao inedito e sorprendente.
Questa non è sede per le sfumature di grigio.

L’interpretazione di Giulia Donati

Calpurnia

 

L’interpretazione di Laura Luzi

Calpurnia_2_SM-2

 

 

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