Letture & Riletture 2018 – febbraio

Anche a febbraio, oltre a due libri di recente pubblicazione, ho tenuto fede al mio impegno e mi sono dedicata alla rilettura di due classici:  Madame Bovary e Niente di nuovo sul fronte occidentale. Ho vinto facilmente la sfida di questo mese, perché per marzo il gioco si fa duro, avrò bisogno di qualche giorno in più  e devo anche prepararmi spiritualmente… Ne riparleremo! Intanto, ecco il racconto della mia esperienza di rilettura a febbraio 2018.

Non ricordo quanti anni sono passati da quando ho letto Madame Bovary. Probabilmente avevo l’età della protagonista nel momento in cui incontra e sposa il buon Charles, o poco più. Rimasi però fulminata dalla precisione linguistica di Flaubert, che si sposa con una leggiadria rara. Chissà perché, quando noi moderni ci mettiamo a descrivere qualcosa, diventiamo noiosi e pesanti. Io, in particolare, detesto le descrizioni ingolfate di marche e nomi tecnici per ricordare che, hey, questa è la realtà, bimba. Qui c’è un’altra classe, si percepisce quel discrimine tra il classico immortale e il prodotto che, per quanto bellissimo, prima o poi verrà dimenticato: questa è Arte.

In Madame Bovary, l’atmosfera è quella nitida e lattiginosa delle albe di Francia, delle notti estive dai profumi intensi, dei profumi domestici e di tutti quei gesti minuti che trascuriamo e invece sono carichi della sensuale bellezza della vita.
Le descrizioni raccontano e disegnano gli ambienti naturali e quelli sociali, mostrano gli stati d’animo con una precisione così documentaristica che non c’è bisogno di monologo interiore, di esplicitare il pensiero. La vedi, quella pace semplice e cieca di Charles, il narcisismo voluttuoso di Rodolphe, la rigida immaturità di Léon.

La bruma della sera passava tra i pioppi ancora spogli, sfumandone i contorni con una tinta violetta più pallida e più trasparente di un velo sottile impigliatosi tra i rami.

E poi voglio dirlo forte e chiaro: amo il finale di Madame Bovary. Proprio l’ultimo capitolo. Così dimesso, cronachistico, volutamente meschino per diventare amaro senza dichiararsi tale. Questa è la vita. Gli eroi vagheggiati da Emma non esistono, vince il peggiore. È il tipico finale aperto e in tono minore che al giorno d’oggi un editore farebbe riscrivere e che, invece, a me piace.
Emma è difficile da accettare, la si odia in un istante eppure io non lo faccio. Chi sono io, per criticare la signora Bovary?

Era più una sentimentale che un’artista, cercava emozioni più che paesaggi

Flaubert ce ne fa una foto, anzi, mi piace definirla una litografia. Se ha scandalizzato, se infastidisce e irrita, è perché la sua precisione ancora oggi va a colpire nel vivo i nostri valori consolidati, le certezze più sane. Emma porta alla luce quella fragilità, quella precarietà degli equilibri apparenti che, a volte, finisce tra i fatti di cronaca. Io non ti giudico, Emma. Ti osservo e ti contemplo, così vibrante e sventata, dipinta dal pennello finissimo di chi ti mise al mondo.

Ogni sorriso nascondeva uno sbadiglio di noia, ogni gioia una maledizione di tutti i piaceri, il disgusto, i baci più appassionati lasciavano sulla bocca soltanto l’irrealizzabile desiderio di una voluttà più grande.

E veniamo a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. Lessi questo libro esattamente venti anni fa, nel 1998. Lo so perché allora avevo l’abitudine di segnare a penna la data di fine lettura sulla prima pagina.
Avevo vent’anni all’epoca, qualcosa di più dei protagonisti di questa storia. Niente di nuovo sul fronte occidentale è un romanzo che reputo un dovere umano e civile conoscere e far conoscere. Quando sento grandi osanna alla guerra, mi rendo conto che chi li proclama non la conosce. Né direttamente – nemmeno io, per fortuna – né tramite i racconti dei nonni, né tramite lo studio e la lettura. Ci sono casi in cui l’ignoranza è una colpa e il silenzio è l’unica attenuante: quando si parla di guerra, applico questa regola con intransigenza. Venti anni fa piansi, leggendo questo libro. Anche adesso, che di anni ne ho quaranta, ho pianto.

Noi siamo inutili a noi stessi. Andremo avanti, qualcuno si adatterà, altri si rassegneranno, e molti rimarranno disorientati per sempre; passeranno gli anni e finalmente scompariremo.

La giovinezza balugina come una lucciola morente tra le pagine di questo libro, che racconta la devastazione della guerra di trincea e l’insensatezza di un conflitto che distrugge i corpi ma anche gli animi, falciando un’intera generazione di ragazzi, mutilati negli arti e nella fiducia nel futuro, soffocati giorno per giorno dalla morte che aleggia tra le trincee.
Come tornare indietro, come riprendere a vivere, quando si è respirato l’orrore? Il gas uccide chi lo inala ma anche chi ne vede gli effetti sugli altri uomini, amici o nemici che siano.

Finché siamo in guerra, le giornate del fronte, a mano a mano che passano, precipitano, ad una ad una come pietre, nel fondo della nostra coscienza, troppo grevi perché pel momento ci possa riflettere sopra. Se lo facessimo, esse ci ucciderebbero; infatti ho sempre osservato che l’orrore si può sopportare finché si cerca semplicemente di scansarlo: ma esso uccide, quando ci si ripensa.

Del gruppo di compagni di classe di Paul non sopravviverà nessuno. Ci saranno morti tragiche e altre banalissime, perché è così che funziona, basta una minuscola scheggia. L’eroismo non esiste, esiste la diarrea e il panico da trincea. Si sopravvive solo abbrutendosi, affidandosi a un istinto primitivo e aggrappandosi alle funzioni corporali come, sui banchi di scuola, ci si aggrappava alle filosofie.
Sì, è un libro triste, tristissimo.
Perché, come credete che sia la guerra?

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