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Questo è uno dei punti più dolenti nei romanzi storici con protagonista femminile. Donne ribelli, emancipate, con stima di sé, profonde domande e vasta cultura ci sono sicuramente state. Ed erano così eccezionali da essere ricordate, perché non costituivano la regola. Il tradimento era normale come l’analfabetismo, di parto si moriva, male e di continuo, l’uomo era superiore e nessuno contestava la questione. Di solito non se la ponevano proprio, ecco. Non esisteva. Perché si era immersi in quel mondo. Che può non piacerci, ma era così. Per cui, la scelta è tra lo strizzare l’occhio al lettore – finendo per raccontare nostri di contemporanei… in costume – o lavorare sulla credibilità, che suscita reazioni più complesse e persino contraddittorie – puoi trovare urticante un personaggio dalla mentalità opposta alla tua, perché realistica – ma altrettanto coinvolgenti.

Scrivendo Costanza Sicanie Regina mi sono trovata in difficoltà davanti a una frase che reputavo corretta, ma temevo venisse accolta male dalle lettrici. Non ve la citerò, ma vi dirò che si trova nel capitolo 33. Ho voluto inserirla lo stesso, perché la reputavo coerente con la mentalità dell’epoca, con i personaggi e il loro sviluppo. Che fatica! Perché se applicassi un pensiero del genere su me stessa, mi prenderei a schiaffi da sola. Ma io sono nata nel 1978.

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“Buongiorno, mi chiamo Micheal Scott ma sarò conosciuto come Michele Scoto, per la simpatica ironia dei liceali brufolosi. Dovrei essere a Oxford ma non so perché mi trovo a Palermo!” Inizio scherzoso che prende spunto da un libro letto, peraltro edito da grande casa editrice con agganci internazionali (e sono sicura che a breve il romanzo arriverà in Italia), in cui la metà dei personaggi – ma anche dei palazzi – non sono dove dovrebbero essere. Tizio, presente storicamente in un certo luogo e in un dato anno, compare da tutt’altra parte nello stesso periodo. Il palazzo X, invece che di qua, si trova di là. E via dicendo. Caposaldo del romanzo storico è che i fatti assodati vanno rispettati. Poi con quelli ambigui si può giocare, nella parte in ombra si può inventare rispettando, chiaramente, una logica e una plausibilità. Il meccanismo è divertente, ma qualche regola ce l’ha. Quindi, attenzione: realizzate delle belle tavole sinottiche per sapere sempre chi-è-dove-sta-cosa-fa. Excel serve anche a scrivere romanzi!

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Mi secca tantissimo quando sono immersa in un bel romanzo storico e, tra farsetti o tuniche, sbucano i centimetri. Il sistema metrico decimale inizia la sua conquista del mondo al tempo della Rivoluzione francese, in Italia si impone con l’unità. La misurazione delle ore è questione ancora più spinosa. Nel dubbio, non riferitevi a secondi o minuti. Piuttosto optate per istanti, attimi, momenti. Non mi addentro nel ginepraio monetario, ma ogni epoca e ogni zona a lungo ha avuto il suo conio specifico e mutevole… bisogna armarsi di santa pazienza e cercare. Chiedere, se non si trova, con la consapevolezza che se siete degli autori “ignoti” come la sottoscritta, non tutti vi risponderanno. Anzi, spesso vi ignoreranno. Ma voi continuate, testardamente. Perché quelli che snobbano la vostra richiesta di consiglio, sono proprio quelli che vi crocifiggeranno per una svista.

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Le espressioni figurate non sono neutre, gli aggettivi possono raccontare più di quel che dicono e, se lo fanno, deve essere corretto.
I significati ulteriori di ogni parola possono rendere colorito il romanzo che stiamo scrivendo, ma anche farci cadere in anacronismi. 
Si va dagli errori più grossolani a quelli più sottili, da cui quasi nessuno è immune.

Un po’ di esempi: C’era elettricità tra di loro o Sentì l’adrenalina salire sono frasi oggi usate correntemente.
Peccato che io le abbia lette in riferimento a personaggi greci e romani che non conoscevano né l’energia elettrica né la chimica ormonale. Errori facilmente evitabili in questo caso: basta rifletterci un po’.
Difficile è schivare gli errori più fini.

Le montagne intorno all’Urbe erano bianche di neve come un abito da sposa. Una frase simile fu scritta da un autore famosissimo, parlando però dell’antica Roma. Dove le spose vestivano di giallo.

E io? Be’, non sono certo senza peccato. In un mio libro ho definito romantico un bandito del VII secolo a.C., che avrei invece dovuto etichettare come sentimentale, visto che il primo aggettivo è connotato dal punto di vista cronologico e filosofico. L’editor di turno non lo notò, io me ne accorsi mesi dopo la stampa, non ho i diritti del libro e non posso correggere. 

Ma l’esperienza insegna. Durante la stesura di Costanza Sicanie Regina mi sono trovata a riflettere a lungo e poi fare ricerche prima di scrivere questa frase: 

… il suo sangue era per metà tedesco, il cuore che lo riscaldava era profondamente legato a quelle terre…

Se non mi fossi soffermata sulla frase, il verbo di cui sangue è complemento oggetto non sarebbe stato riscaldare ma pompare o un sinonimo dello stesso. Oggi sappiamo qual è la funzione del battito cardiaco. Ma in passato? Dopo una ricerca nemmeno troppo lunga,  ho scovato un compendio di storia della cardiologia opera di Marco Botoni. E ho scoperto che, ancora all’epoca di Federico II, la teoria più attendibile sulla circolazione sanguigna – accettata anche dall’arabo Avicenna e risalente a Galeno – era che fossero le vene a muovere il sangue, il fegato la produrlo e il cuore a scaldarlo. Liscio!

Costanza d’Aragona: la regina che meritava un romanzo- parte quarta

Continua dal post del 3 agosto

Costanza d’Aragona parte – con figlio e bagagli – diretta in Germania, affrontando un viaggio tanto lungo e delicato, quanto importante, perché il ricongiungimento tra i due sovrani si trasforma in una vera missione diplomatica. Durante il tragitto, la regina fa soste frequenti per incontrare vescovi e feudatari e rinforzare i legami con le terre più lontane dalla Sicilia e più influenzate da Ottone. Da qui in poi però la strada è in discesa. Federico sta vincendo la guerra contro Ottone di Brunswick e recuperando quel che appartiene alla sua corona e alla sua famiglia. A vittoria ottenuta, non resta che chiedere la corona imperiale al Papa. Che intanto è cambiato, non è più Innocenzo ma Onorio. E in cambio vuole sempre e comunque una cosa: una crociata. Federico gliele darà, ma a modo suo e anni dopo. 

Ora, però, per scendere a Roma bisogna lasciare qualcuno in Germania e il piccolo Enrico resta lì, con in testa una corona più grande di lui. Un gesto apparentemente crudele, ma in realtà naturale in quell’epoca e a certi livelli, che tuttavia avrà gravi conseguenze nei rapporti tra padre e figlio. 

Prese entrambe le mani della regina nelle sue, la fissò con tutta la forza che poteva donarle «Fidatevi di lui, Costanza. È nostro figlio.» distillò in quelle parole tutta la convinzione che si imponeva, perché quella era una scommessa: la posta in gioco era un impero ma il dado da lanciare era il suo primogenito. La regina trattenne le lacrime, appigliandosi agli occhi acquamarina del re, mentre l’aquila ricamata sullo stendardo continuava, alle loro spalle, a lanciare il suo richiamo di caccia.

Dal romanzo storico Costanza Sicanie Regina, al momento in esclusiva su Amazon

Ma Costanza non potrà vederle.  Dopo un anno e mezzo da imperatrice, metà del quale trascorso in un lungo viaggio al fianco del consorte, per tornare in Sicilia stringendo nuove alleanze a ogni tappa, Costanza muore di malaria a Catania.
È il 1222.
La sua sepoltura, però, continuerà a raccontarne la storia per secoli. E nel prossimo post, oltre che nel romanzo, lo farò anche io.